La ricerca: investiamo nel futuro

Il diabete può avere dalla ricerca il nemico numero uno. Nel campo della medicina infatti il tempo è un alleato prezioso per trovare innovazioni e soluzioni vincenti contro ogni tipo di patologia. Purtroppo però nel nostro Paese si spende troppo poco in questo campo, probabilmente perché è ancora visto come una spesa e non come un investimento. Cambiare si può allora?

Secondo Michele Carruba, Direttore Centro Studi per l’Obesità Università di Milano, non ci sono dubbi sul fatto che l’Italia sia “il Paese che spende meno nella ricerca in termini di percentuale di PIL. Da noi, del resto, si tende a far confusione tra ricerca di base e ricerca applicata. Laddove scarseggia la prima scarseggia anche la seconda. E’ un problema fondamentalmente culturale: in Italia il professore universitario si dedica alla letteratura scientifica per fare carriera e meno ai brevetti, anche perché il collegamento tra mondo accademico e industria è scollegato. O si fa l’uno o si fa l’altro, non come accade invece negli Usa. Come Farmindustria e Conferenza dei Lettori abbiamo cercato di portare queste considerazioni nei vari incontri che abbiamo tenuto nelle università italiane”. Ma l’Italia resta comunque una punta di diamante nel campo proprio delle scoperte scientifiche come sottolinea Stefano Del Prato, Presidente Fondazione SID, il quale ricorda come “nonostante la carenza di finanziamento (il nostro Paese è decisamente sotto la media OCSE) l’Italia continua a detenere posizioni di rispetto a livello mondiale in termini di numero di prodotti scientifici e del loro peso scientifico relativo. Il superamento di questa situazione di stallo, non solamente dovuta alla congiuntura economica, dovrebbe essere quella del superamento di un certo provincialismo che vede il nostro sistema, soprattutto quello politico-decisionale, largamente ripiegato su se stesso piuttosto che favorire l’apertura alla competizione internazionale. Inoltre, per favorire un migliore sfruttamento delle (poche) risorse investite in ricerca e innovazione vanno pensati processi burocratici meno gravosi che permettano alla ricerca e innovazione italiana di continuare a essere competitiva. Non ultima è la necessità di creare una generazione preparata per le sfide della ricerca e capace di apprezzarne significato e valore. In quest’ottica una Università più moderna, più giovane, più dinamica, più basata sulla competizione e il riconoscimento del merito dovrebbe rappresentare un indispensabile punto di partenza”. Pochi soldi dunque, è vero, ma si potrebbe andare oltre, dice ad esempio, Antonio Ceriello, Presidente Fondazione AMD, “prima di tutto dotandosi di un sistema di valutazione dei progetti “limpido ed anonimo” come avviene in utti i paesi civili del mondo. Il sistema dei grants statali funziona se non e’ piegato alle solite logiche clientelari, altrimenti non serve a finanziare i migliori ma i soliti noti”.

Insomma, il futuro sembra nebuloso ma la ricerca deve continuare ad avere questo duplice ruolo: stimolare istituzioni e industria, soddisfare i pazienti. Anche perché senza un adeguato livello di ricerca il Servizio sanitario nazionale rischia di spendere risorse in modo sbagliato e non recependo le novità che arrivano dalla letteratura scientifica internazionale. In quest’ottica, resta la prevenzione la strada maestra da seguire? Sicuramente sì per Ceriello, ma con un distinguo: “Ovviamente la prevenzione e’ la strada maestra, ma e’ compito delle Istituzioni promuoverla con piani nazionali di educazione e divulgazione. La ricerca produce ricchezza, bisognerebbe capirlo anche in Italia”. Anche l’analisi di Carruba parte da questo punto: “Una recente ricerca Usa ha dimostrato che per ogni dollaro investito nella prevenzione se ne risparmiano 3 nelle cure. Si può fare molto riaffermando i corretti stili di vita che in quasi tutti i casi, specie anche nel diabete quindi, vogliono dire alimentazione equilibrata e regolare attività fisica. Perché c’è un legame ormai stretto e correlato tra diabete e obesità, tanto è vero che anni fa coniammo un termine che racchiudeva il problema: diabesità. Si pensi ad esempio che il 90% dei malati di diabete di tipo 2 (che a loro volta sono il 90% dei malati complessivi di diabete) sono sovrappeso o obesi. Occorre fare uno sforzo culturale per far capire come il legame tra obesità e diabete sia molto stretto, tutto nasce dall’accumulo di grasso viscerale, fattore scatenante di molte patologie: diabetologiche ma anche cardiovascolari, tumorali, ipertensive, ecc.”. Considerazioni importanti, visto che ad esempio nel decennio 1981-1990 l’Italia era seconda al mondo per pubblicazione di lavori seconda solo a Giappone (260 contro 276) mentre gli Usa erano terzi con 24. Nel 19912000 siamo finiti terzi perché gli Usa sono saliti al primo posto con 6551 lavori contro i 980 nostri e i 1161 del Giappone. Infine nel 2001-2010 gli Usa viaggiano a quota 30mila lavori e l’Italia è finita quarta, scavalcata anche della Gran Bretagna. Questo dimostra che gli Stati Uniti si sono svegliati negli anni Novanta quando il fenomeno obesità è diventato a grandi numeri mentre l’Italia da subito ha mostrato grande attenzione al problema. Sarebbe poi importante capire che l’obesità nel nostro Paese ha un peso di 28 miliardi di euro di costi diretti, il 64% dei quali da ospedalizzazione. Insomma, la prevenzione è sempre un’arma vincente. “Il problema – aggiunge Del Prato è che la prevenzione costa oggi per offrire un risparmio domani. Il risultato è che in una situazione come quella attuale il risparmio deve essere immediato, oggi senza guardare troppo al domani. Il risultato è che la prevenzione è poca e l’innovazione penalizzata. Anche in questo caso la ricerca dovrebbe farla da padrone, dove per ricerca intendo anche la ricerca di modelli gestionali e operativi nuovi e innovativi. Per far questo servono amministratori lungimiranti e ricercatori brillanti”.