La comunità scientifica: curare e prendersi cura

Un contributo alla soluzione del tema lanciato da questo report (“Il diabete vede te, tu non vedi il diabete”) può arrivare forse maggiormente dal mondo accademico e scientifico, un ambito in cui la malattia del diabete ha spesso un approccio deontologico, formativo. Quanto può essere utile questo nella lotta al diabete, confrontando magari anche con l’esperienza di altri Paesi, lo abbiamo chiesto a diversi esponenti. Ed il quadro che ne viene fuori è molto interessante.

Partendo ad esempio da Sergio Novelli, Rettore dell’Università Tor Vergata di Roma, che parla apertamente della necessità di un approccio sempre più multidisciplinare “che trova la sua base nei risultati della ricerca clinica, epidemiologica, economica e sociale. Il diabete e stato per lungo tempo una malattia le cui cause erano, perlomeno, incerte ed il cui trattamento, soprattutto per il diabete tipo 2, empirico. Negli ultimi 20 anni molti dei meccanismi fisiopatologici, molecolari e genetici che stanno alla base dell’iperglicemia si sono andati dipanando. L’identificazione di nuovi meccanismi patogenetici ha favorito lo sviluppo di una ricerca farmacologica mirata e la formulazione di farmaci innovativi. Parallelamente si è andata sviluppando una ricerca clinica tesa al conseguimento di evidenze che sempre più formano la base della indicazione dell’impiego del farmaco (Evidence Based Medicine)”. Non solo, secondo Novelli infatti la globalizzazione sta incidendo sempre più anche nel campo della ricerca e della scienza visto ed alla luce anche delle implicazioni che arrivano dal rapido evolversi delle conoscenze in diabetologia “si impone una strategia di ricerca transazionale che non garantisca solo il flusso Bench-to-Bedside dal laboratorio al tetto del mondo ma vada ad impattare sulla necessaria evoluzione degli standard terapeutici cos i come definiti dall’aggiornamento delle linee guida del trattamento del diabete.Questo processo, foriero di cos i tante soddisfazioni anche per la ricerca diabetologia Italiana, e un processo costoso ma irrinunciabile pena l’arretramento culturale prima e clinico. La strada per invertire la rotta e creare “ponti” di collaborazione tra istituti italiani e stranieri per individuare talenti e favorire l’innovazione”. Dal suo canto Sergio Pecorelli, Rettore dell’Università di Brescia nonché Presidente AIFA, rimarca come “nell’approccio alla cura del diabete, in crescente aumento di incidenza, in Italia come altrove, il contributo delle nuove evidenze scientifiche rappresenta, come sempre, la nostra ancora di salvezza. Questo è vero a tutti i livelli: le nuove conoscenze in ambito epidemiologico ci consentono di identificare più precocemente i soggetti a rischio; gli studi sulla patogenesi e la fisiopatologia del diabete aprono la strada allo sviluppo di nuovi farmaci; la possibilità di analizzare i cosiddetti “big data” attraverso raffinati modelli matematici ci consentirà di migliorare le nostre capacità prognostiche sulla malattia e sulla risposta di sottogruppi di individui a una determinata terapia. E la diffusione del sapere al giorno d’oggi consente a tutti, da diversi Paesi e aree geografiche del mondo, di condividere e beneficiare dei progressi scientifici. Tuttavia, in una patologia come il diabete in cui è notevole l’impatto delle nostre abitudini di vita, la scienza da  sola non basta. E’ necessaria l’educazione della persona con diabete, prima di tutto ad accettare la patologia e a non viverla come una disgrazia vincolante, acquisendo la consapevolezza che molto l’individuo stesso può fare con alcune modifiche del proprio stile di vita, per rallentare o prevenire l’insorgenza delle complicanze. Volendo sintetizzare, serve un’adeguata e corretta comunicazione su ciò che il diabete oggi rappresenta per le persone, compito ovviamente demandato a tutti coloro che, in ambito istituzionale, hanno la responsabilità della salute dei cittadini. L’approccio scientifico e formativo sono pertanto da considerare due elementi inscindibili, pur in carico ad attori diversi, nella lotta della comunità contro la malattia diabetica”. E restando sul fronte universitario, Giuseppe Paolisso, rettore Seconda Università di Napoli, individua nell’aspetto comunicativo ed educazionale il nodo del problema “perché la trasmissione del dato al paziente momento essenziale per ottenere la piena collaborazione del paziente – deve essere fatta in modo semplice ma efficace al fine di permettere al paziente di comprendere l’utilità e finalità della terapia”. E comunque non bisogna dimenticare che l’Italia ha ben poco da imparare dagli altri Paesi perché “la nostra ricerca diabetologica è tra le piu avanzate del mondo occidentale”.

Il ruolo fondamentale della ricerca scientifica è ribadito da Enzo Bonora, presidente Sid, al fine di “ identificare non solo nuovi strumenti diagnostici e terapeutici ma anche la best clinical practice e il più appropriato modello assistenziale”. Andrea Lenzi, presidente Cun, non solo ribadisce l’importanza dell’approccio rigorosamente scientifico (“base imprescindibile per una gestione efficacie di una malattia cronica come il diabete mellito”) ma ricorda anche come per tutti i medici ci sia una storia comune da non dimenticare (“La metodologia scientifica, insegnata ai futuri medici durante il corso di laurea in Medicina ed poi ripresa in maniera significativa durante gli anni di Specializzazione in Endocrinologia, con la possibilità di seguire protocolli clinici nazionali ed internazionali è fondamentale per imparare ad assistere la persona con diabete. Dalla diagnosi, all’inquadramento diagnostico, all’aspetto educazionale allo screening delle complicanze croniche del diabete, la formazione del giovane diabetologo avviene con la consapevolezza che la persona con diabete è al centro dell’attenzione del team di diabetologia costituito da diverse figure professionali Medici, Educatori, Dietiste, Psicologi, con la finalità di trattare la complessità di questa patologia”), anche perché per facilitare nuove misure ed iniziative contro il diabete occorre “che il progresso nelle conoscenze nella gestione del diabete passi attraverso una rigida applicazione di quanto sopra. Ciò facilita anche i governi nell’introdurre nuovi farmaci e procedure nel nomenclatore terapeutico perchè i risultati ottenuti siano sostanziati da ricerche ben validate. L’impiego di nuove terapie non solo sicure ma anche impiegate su larghe casistiche e’ fondamentale per ridurre i costi a lungo termine del diabete grazie al minor numero di ricoveri legati alle complicanze”. Accanto all’approccio scientifico e formativo, però, non va dimenticato l’importanza dell’osservazione clinica. “In medicina ogni malattia può beneficiare di un miglioramento nella cura grazie e soprattutto alla ricerca clinica . afferma Mohamad Maghnie, presidente Siadp . L’aggiornamento scientifico da parte dei sanitari è lo strumento più efficace per applicare le conoscenze alla pratica clinica. Deve però essere mantenuto il contatto con il paziente, soprattutto in caso di patologie croniche, perchè l’osservazione clinica è altrettanto fondamentale per sviluppare nuove idee e progetti. A tal fine la partecipazione a studi multicentrici, nazionali e internazionale, permette di aumentare il livello e il valore scientifico della ricerca, fornendo così alla comunità scientifica messaggi di sicuro significato. Inoltre formazione indica maggiore consapevolezza, appropriatezza e riduzione della disabilità e complicanze a distanza con ricaduta sui costi sanitari”. Messaggi sicuri e comprensibili, come quelli che propone Paolo Sbraccia, presidente SIO, che individua nei “programmi di prevenzione, costosi e difficili da attuare, ma che rappresentano la strada maestra per convertire il maggior numero di persone, soprattutto in età infanto-giovanile, ad un sano stile di vita. Per far questo è necessario diffondere, con metodo, la cultura scientifica di cosa vuol dire sano stile di vita”. E Sbraccia fa un esempio diretto: la campagna promossa da Michelle Obama, la First Lady americana, denominata “Let’s Move campaign” con l’obiettivo di arrestare o ridurre l’obesità infantile nell’arco di una generazione. “Quando il diabete è già conclamato – aggiunge Sbraccia -, l’educazione terapeutica deve includere la prevenzione delle complicanze; e ancor di più i consigli di cosa fare e cosa non fare non possono che poggiare su solide basi scientifiche. Se per “approccio scientifico” si intende invece la ricerca su nuovi e sempre più efficaci strumenti terapeutici è evidente che il ruolo delle Università che incubano le idee dovrebbe essere molto potenziato, come avviene soprattutto negli USA, affinchè da brevetti e spin-off si acceleri il più possibile la corsa all’innovazione terapeutica”. Anche Katia Speese, presidente OSDI, preferisce parlare dell’esperienza personale attraverso l’ organizzazione che presiede proprio partendo dalla considerazione che la cura della malattia diabetica è complessa e richiede formazione specifica e ”in questa direzione lo sforzo di OSDI si è concretizzato nel produrre nel 2012 le Raccomandazioni di trattamento assistenziale in campo diabetologico, basate su prove di efficacia, per essere di supporto alle decisioni di tutti gli infermieri nelle cure alle persone con diabete. Assumendo il valore della formazione come fondamentale per garantire la migliore assistenza possibile, OSDI ha istituito al suo interno una Scuola di Formazione certificata, che organizza l’aggiornamento continuo dei suoi iscritti, ma che si rivolge, in modo proattivo, anche ad altri operatori, pazienti e Istituzioni. Il confronto con gli infermieri di altri Paesi avviene sicuramente attraverso la letteratura scientifica, anche se formazione e sistemi sanitari diversi non rendono sempre immediatamente applicabili i risultati delle ricerche. Le problematiche assistenziali legate all’epidemia di obesità e diabete, allarma e unisce gli infermieri di tutto il mondo. In Italia scontiamo ancora una scarsa valorizzazione della figura dell’infermiere nelle cure primarie, e quindi nella prevenzione, che negli altri paesi europei e di cultura anglosassone è molto più sviluppata. Il confronto tra saperi, esperienze, riflessioni è un arricchimento umano e professionale che va perseguito, sia come associazione che come singolo professionista”.

Approccio dunque appropriato per intervenire efficacemente contro questa patologia silente, ma spesso nell’azione quotidiana o anche a lungo termine si frappongono problematiche di vario tipo. Utile capire allora quali e in che forme. Sbraccia ad esempio parla di “scarsa aderenza terapeutica, intesa sia come riduzione di compliance e persistenza alle terapie prescritte che, purtroppo, come scarsissima attitudine a seguire le indicazioni di modifica dello stile di vita”, mentre Novelli non ha dubbi: “la mancanza di risorse ma anche il progressivo invecchiamento della popolazione di ricercatori (l’eta media e intorno ai 50 anni negli Enti pubblici di ricerca e ai 60 nelle universita), la marginalità della ricerca industriale, la disomogeneita territoriale, la fuga di cervelli all’estero”. Pessimista? No, perché “in aperta controtendenza con i dati reali, lo studio in Observa Science in Society, Annuario Scienza e Società 2008, rileva che nell’immaginario degli italiani la ricerca scientifica e considerata un fattore fondamentale di crescita e sviluppo: “Gli scienziati spiccano come l’interlocutore piu credibile, seguiti da ambientalisti e associazioni civiche, mentre la politica appare, su questi temi, in grave deficit di credibilita”, si legge nel rapporto. Relativamente alla ricerca in campo diabetologico vi è stato, negli ultimi anni, un aumento della ricerca finanziata dall’Industria connesso allo sviluppo di nuove molecole dettato dal continuo aumento della patologia. D’altra parte vi una particolare sensibilita da parte del fruitore dei nuovi farmaci relativamente alla ricerca di nuove soluzioni terapeutiche. Per il 68,1% degli italiani principale scopo della ricerca sui farmaci dovra essere quello di scoprire farmaci in grado di guarire patologie ancora incurabili; il 28,8% degli intervistati si aspetta dalla ricerca farmacologica che scopra farmaci meno rischiosi e con meno effetti collaterali di quelli attuali; il 19,6% ritiene prioritario per il futuro il trattamento a scopo preventivo di fattori di rischio per malattie gravi. L’80% degli intervistati dell’indagine del CENSIS ritiene che il farmaco abbia molto contribuito alla possibilita di convivere con le patologie a lungo decorso, quota cresciuta di quasi il 26% rispetto al 2002 quando risultare pari al 54,5%; il 76% (+15,7% rispetto al 2002) riconosce un contributo sostanziale del farmaco al miglioramento della qualita della vita ed e quasi il 54% a ritenere importante il contributo del farmaco alla sconfitta delle malattie mortali (+14%)”. Probabilmente uno dei maggiori problemi è quello di attribuire il giusto valore ai farmaci di cui si deve autorizzare l’utilizzo, un compito che spetta alle autorità regolatorie ovviamente. “Negli ultimi quindici anni – dice Pecorelli sono arrivati in commercio decine di nuovi principi attivi anti-diabetici, il cui costo è almeno 6-7 volte superiore ai farmaci tradizionali; altrettanti sono attesi nei prossimi anni. In larga parte si tratta di farmaci di efficacia ipoglicemizzante sovrapponibile alle terapie già consolidate, ma più sicuri e di più facile utilizzo, ad esempio per quanto riguarda il rischio di ipoglicemie; nessuno di loro ha tuttavia dimostrato, al momento, di incidere sulla storia naturale della malattia e di apportare benefici su outcomes maggiori di lungo termine (mortalità, incidenza di complicanze cardiovascolari ecc.). Essendo l’incidenza del diabete in costante aumento negli anni, con prospettive future preoccupanti, la sostenibilità del sistema potrà essere garantita soltanto da una riduzione dei cosiddetti costi indiretti della malattia, per esempio quelli dovuti alle ospedalizzazioni per le complicanze, che i nuovi farmaci si spera sapranno offrire. In questo campo, ovvero l’individuazione di biomarcatori di esito ad alto valore predittivo, sono necessari sforzi ulteriori dalla ricerca scientifica diabetologica, con l’obiettivo di ottenere quei risultati già consolidati in altri settori quali l’oncologia o le malattie infettive”. Ognuno come si può vedere ha la sua idea sulla priorità in termini di problemi, come fa Paolisso che indica come punto nodale “la comunicazione medico paziente. Superato questo problema, poi tutto diventa più semplice ed anche il paziente, fidandosi di più del medico, contrasta meglio la malattia”. Katia Speese ci regala un’altra visione delle criticità da combettare e nel suo caso riguardano la centralità del paziente anche in termini di cure soprattutto perchè “nelle malattie croniche, e nel diabete in particolare, il carico della cura è sulla persona, che ogni giorno assume decisioni sull’alimentazione, sull’attività fisica, sui farmaci.. Perciò oltre alla malattia, bisogna considerare la cultura, gli aspetti psicologici e sociali, comprese la povertà e l’immigrazione, i fattori di aderenza alla terapia, dare importanza alla relazione… Conseguentemente uno degli aspetti fondamentali è ricercare e costruire modelli assistenziali che dovrebbero ridurre o impedire la frammentarietà delle cure, mettendo i servizi “a servizio” delle persone. La costruzione di percorsi diagnostico terapeutici assistenziali non è sempre di facile realizzazione sia per mancanza di risorse che di approcci includenti, ma anche perché parliamo di percorsi non riferibili a una singola condizione patologica, ma a situazioni complesse, molto spesso caratterizzate da comorbilità e età avanzata. D’altra parte in Italia un riconoscimento istituzionale di competenze infermieristiche esperte o avanzate in diabetologia e nelle malattie croniche non c’è ancora e questo può essere un ostacolo ad una presa in carico non solo agita, ma anche riconosciuta. Il riorientamento delle cure per la conservazione della salute implica un investimento di risorse che darà vantaggi non immediati: la prevenzione del Diabete di tipo2 è dimostrata, ma bisogna praticarla”. Per Lenzi invece la questione da affrontare in primis è proprio la complessità della malattia del diabete in quanto “nonostante esista una classificazione che suddivide il diabete in diabete tipo 1, caratteristico dell’età giovanile e caratterizzato dalla mancanza pressoché assoluta di insulina, tipo 2 caratterizzato da un deficit di secrezione insulinica e da insulino-resistenza, diabete gestazionale ed altri tipi specifici, ogni paziente è diverso dall’altro. Non sempre è facile, pertanto, inquadrare con certezza il paziente con diabete in tale classificazione. Inoltre, anche nell’ambito di uno stesso tipo di diabete (es il diabete tipo 2 che rappresenta il 90% di tutte le forme) esistono una notevole eterogeneità fenotipica (i pazienti affetti da diabete tipo 2 possono essere da normopeso a francamente obesi) ed un’ampia eterogeneità glicemica in quanto alcuni pazienti hanno una maggiore glicemia a digiuno ed altri dopo i pasti. Questo pone difficoltà nella scelta del trattamento più idoneo”. E Lenzi va più in là quando afferma che il tempo che passa lavora contro il paziente perché “paradossalmente è più difficile trattare il diabete oggi rispetto a quindici anni fa. Fino ad allora gli strumenti terapeutici erano sostanzialmente tre: l’insulina, le sulfoniluree e la metformina. Attualmente con tutte le nuove molecole sviluppate dall’industria ed entrate in recentemente in commercio, il trattamento del diabete richiede una conoscenza non solo della fisiopatologia ma anche della farmacocinetica e farmacodinamica di ogni molecola a disposizione al fine di “personalizzare” meglio la terapia per quello specifico paziente Si tratta di un’attività “sartoriale” ovvero di ritagliare “su misura” l’abito a ciascuno a seconda delle caratteristiche fenotipiche ma anche delle sue specifiche esigenze. La personalizzazione della terapia fortemente auspicata nel management del diabete trova però in pratica difficoltà applicative a causa dell’elevatissimo numero di pazienti che giunge nei centri per la cura del diabete per essere visitato dall’endicrinologo-diabetologo, specialista della ma
lattia. E’ sufficiente sapere che in Italia con circa 3 milioni e mezzo di pazienti e con visite spesso trimestrali per pazienti in scompenso metabolico, le prenotazioni non permettono più di 10-15 minuti a visita. In un tempo così non e’ possibile conoscere bene il paziente e quindi riuscire ad implementare una terapia personalizzata. Sarebbe necessario avere tempo per l’“empowerment” del paziente, ovvero per avere possibilità di educarlo a fondo nella conoscenza della sua malattia affinchè sia capace di gestire il proprio diabete nel migliore dei modi”. Complessità dunque che per certi versi cavalca anche Bonora convinto come è che “le maggiori difficoltà sono legate alla mancata percezione della severità del diabete da parte di pazienti, medici e decisori in sanità”. Ma in fondo, alla fine, forse ha ragione Maghnie quando dice che il momento più difficile e complicato resta quello della “comunicazione di diagnosi per il paziente e tutto il suo nucleo familiare”. Poi certo anche per lui ci sono altri aspetti: “Devono essere istituiti i team multidisciplinari per la completa e corretta gestione della patologia cronica, avvalendosi anche del supporto delle Associazioni per tutte le tematiche, numerose, extrasanitarie, ma non per questo meno importanti per la qualità di vita del paziente e della famiglia. La riduzione delle risorse e il ricorso al risparmio delle Regioni esclusivamente per il risparmio senza una valutazione scientifica e razionale del costo/efficacia con ricadute sul malato rappresenta un problema”.

Come in molte cose della vita, c’è la speranza a farci compagnia. E nel caso della lotta ad una patologia come il diabete, cosa possiamo davvero attenderci dal futuro che non siano solo sogni? Per Bonora “la ricerca fornirà nuovi strumenti di diagnosi, monitoraggio e cura”, quindi c’è di che essere ottimisti. Dobbiamo fidarci, assicura Maghnie, avremo “un miglioramento della qualità e delle aspettative di vita del paziente”. Negli aspetti più pratici, però, è bene sapere che “la ricerca più attuale è rivolta ai supporti tecnologici, che sta evolvendo progressivamente, E’ però importante l’individuazione di marcatori precoci di rischio cardiovascolare e di altre patologie associate, nonchè istituire programmi di prevenzione per il diabete mellito tipo 2 che sta manifestandosi anche negli adolescenti obesi. Non meno sentita è l’istanza di studi volti a bloccare l’evoluzione del processo autoimmune che porta alla manifestazione clinica del diabete tipo 1, al fine di offrire validi trattamenti preventivi nei soggetti a rischio”. Pecorelli non ha dubbi: “Abbiamo bisogno di nuovi farmaci per curare il diabete, o combinazioni di essi, che oltre a ridurre la glicemia si dimostrino maggiormente efficaci nel prevenire le complicanze della malattia. La ricerca scientifica deve aiutarci a costruire un sistema virtuoso, in cui allocare maggiori risorse alla spesa farmacologica (che è bene ricordare, serve anche a sostenere i costi della ricerca) determini un risparmio sulle spese future per la gestione della malattia avanzata o complicata; tutte cose che rappresentano il carico maggiore in termini di salute, qualità e aspettativa di vita per la persona con il diabete”. Cure mirate per pazienti determinati: questa l’attesa invece per Paolisso “per raggiungere il target finale della migliore terapia per “quella tipologia di diabete” di “ quel determinato paziente”. Oggi abbiamo ancora schemi terapeutici e soluzioni diversificate , ma non la totale personalizzazione della terapia. Quest’ultima è il vero grande obiettivo del futuro speriamo il più prossimo possibile”. Certo se per il presente non c’è ottimismo per nuovi fondi per la ricerca, anche per il prossimo futuro restano forti dubbi come afferma Lenzi in quanto “gli investimenti erogati per la ricerca relativa diabete a livello ministeriale in Italia non sono sufficienti per le esigenze dei ricercatori italiani che comunque riescono ad attingere da fondi internazionali grazie alla ottima qualità delle pubblicazioni scientifiche della diabetologia Italiana. Per quanto concerne il diabete tipo 1, le nuove tecnologie, quali sensori per il monitoraggio in continuo della glicemia e i microinfusori ovvero sistemi di infusione in continuo dell’insulina rappresentano attualmente il punto di arrivo di anni di ricerca. I sistemi integrati sensori-microinfusori dotati di sistemi di controllo del rischio di ipoglicemia sono le più recenti applicazioni che hanno migliorato e di molto la qualità vita della persona con diabete e che fanno ben sperare in un futuro sempre più prossimo nella commercializzazione del “pancreas artificiale”. Nel prossimo futuro la via è senza dubbio quella della prevenzione primaria, soprattutto nel diabete di tipo 2 dove l’attività fisica ed un alimentazione corretta in soggetti suscettibili obesi hanno dimostrato efficacia di trattamento; tuttavia cambiare lo stile di vita è certamente un aspetto di difficile attuazione”. Secondo Speese “la ricerca ha rivoluzionato la vita delle persone con diabete con la scoperta  dell’insulina e più recentemente con la possibilità dell’autocontrollo domiciliare della glicemia. La formulazione di nuovi farmaci è in continua evoluzione, la trasmissione di dati in tempo reale tra operatori e persone diabetiche è praticata giornalmente, i microinfusori per la somministrazione di insulina sono sempre più sofisticati. La tecnologia fornisce gli strumenti, facilita la cura, ma non sostituisce la relazione, il fattore ritenuto più importante per l’aderenza alla terapia. Ma anche la relazione oggi può essere rinnovata da quello che la tecnologia ci mette a disposizione, per essere più vicini alle persone nel loro quotidiano, senza essere invasivi. Dobbiamo pretendere che la ricerca sia utile, che sia fruibile, che serva a migliorare la qualità di vita, che dia alle persone, operatori e pazienti, maggiori opportunità di scelta. La ricerca è anche quella che non sfocia nella tecnologia, ma è fenomenologica, qualitativa, si interessa dei vissuti e delle narrazioni e l’infermieristica che è arte e scienza anche nel futuro non ne potrà fare a meno”. Pochi dubbi invece per Sbraccia che elenca alcuni “desiderata” in modo sintetico. “Serviranno farmaci sempre più efficaci e sicuri nel: 1. ridurre il perso corporeo; 2. evitare che il tessuto adiposo, divenuto disfunzionante dopo decenni di bilancio energetico cronicamente positivo, intossichi l’organismo di grassi ed ormoni prodiabetici e proaterosclerotici (adipochine); 3. evitare che la beta-cellula pancreatica si esaurisca in condizioni di sovrappeso e obesità; 4. arrestare la progressione delle complicanze microangiopatiche”. Le conclusioni le affidiamo al professore Novelli. “Nonostante la crescente epidemia di diabete anche nel nostro Paese, il finanziamento alla ricerca in campo diabetologico e metabolico è assolutamente carente ed in assenza di alcun processo di coordinazione di una ricerca nazionale strutturata. Per quanto l’Italia si sia dotata di leggi sul diabete, riconosca sul territorio nazionale una rete diabetologia invidiabile ed invidiata a livello internazionale, per quanto numerosi e stimati siano i gruppi di ricerca rimane inevasa la necessità di una visone collettiva atta ad integrare e finanziare gli sforzi irrinunciabile per affrontare con scienza e coscienza il problema diabete. L’obiettivo prossimo futuro dovrebbe essere quello di stabilire chiari obiettivi di ricerca diabetologia e, quindi, verificare i mezzi più realistici ed efficaci con i quali questi progetti possano tradursi in ricadute tangibilmente benefiche sulla popolazione diabetica italiana. Una particolare attenzione dovrebbe essere posta sulla ricerca transnazionale, quella cioé che assicuri il trasferimento dei risultati della ricerca sia di base che clinica alla pratica clinica, e alla medicina di precisione. Questo processo deve basarsi su tre cardini. Il primo quello di garantire la formazione e la crescita di ricercatori dei settori di base (genetica, biologia molecolare, sistemi di segnale, biologia cellulare…) fondamentali nell’individuare nuove conoscenze atte a identificare meccanismi di malattia e potenziali target di terapia. Il secondo punto riguarda formazione e crescita di ricercatori clinici con specifiche competenze in fisiopatologia umana, sperimentazione del farmaco, epidemiologia… tali da garantire la trasferibilità dei  risultati ottenuti dalla ricerca di base alla verifica in vivo e alla sua eventuale successiva applicazione clinica. Infine, lo sviluppo della ricerca non potra essere completo senza la validazione e verifica dei risultati in varie situazioni cliniche, l’identificazione delle barriere che ostacolano la trasferibilità dei risultati, la sostenibilità degli interventi, l’alleanza tra ricercatori, membri della comunità ed agenzie private e governative. Un patrimonio di così elevato spessore rischia di essere disperso in assenza di un adeguato finanziamento e di incentivazione, assieme ad una oggettiva valutazione dei prodotti della ricerca nel processo di selezione accademico. Bisogna nel contempo puntare su percorsi formativi per personale qualificato e di processi di supporto alla preparazione di domande per i finanziamenti comunitari e successiva loro gestione. Dobbiamo puntare sulla creazione di network virtuosi che vedano coinvolti soggetti vari quali l’accademia, la comunità scientifica, il Ministero e l’Industria (Terza Missione dell’Universita). Da ricercatore credo che le basi future della ricerca nel
campo diabetologico non possano prescindere dallo sviluppo di studi incentrati sull’epigenetica, affrontando la complessita del problema del diabete e correlandolo con l’enorme crescita dell’obesita. La creazione di osservatori sul diabete, come e stato il caso dell’IBDO Foundation, realta promossa dall’Universita di Roma Tor Vergata, vuole favorire la nascita di questi network che affrontino in maniera comune le opportunita che a livello internazionale si aprono sulla ricerca”.