Il Diabete e le Istituzioni, il piatto piange…

La salute è un bene di tutti e compito di uno Stato moderno è quello di garantirla a tutti. Attuando tutti i sistemi di prevenzione, di cura, di assistenza a tutela del benessere dei cittadini. Anche perché gli ultimi dati Censis evidenziano tra l’altro come l’età media della popolazione italiana sia in costante aumento e con essa si allunga anche la cronicità delle patologie. E il diabete tra queste. Gli anziani sono spesso malati, soli e con poche risorse: cosa può fare il nostro Paese, e dunque le istituzioni preposte, nel fornire un’assistenza adeguata nel rispetto della sostenibilità economica?

Paolo Vargiu, già presidente della XII Commissioni Affari sociali della Camera dei deputati, non ha dubbi: “La cronicità non deve andare in ospedale, ma deve essere presa in carico vicino al paziente e alla sua famiglia. Per farlo è indispensabile cambiare il modo di ragionare di tutti, iniziando dagli stessi operatori sanitari. E servono i soldi per gli investimenti che consentano il riequilibrio”. Anche per un esperto del ramo come Luigi D’Ambrosio, senatore a capo dell’Intergruppo parlamentare “Qualità della vita diabete”, “la cronicità delle patologie ci impone da tempo un ripensamento della governance del sistema sanitario e una riorganizzazione territoriale dei servizi, in una logica interdisciplinale, interattiva e di assistenza sempre più de-ospedalizzata e domiciliare. La sfida, poi, lanciata dalla pandemia del diabete è di grave entità e ripropone con forza il tema cruciale della sostenibilità del sistema sanitario che però non può essere affrontato col taglio dei diritti e dei Lea, ma con il controllo della qualità spesa”. Già ma come come? Secondo Lettieri “da tre angolazioni principali: quella prettamente economica, con la lotta agli sprechi e alla corruzione e il reinvestimento dei risparmi nei servizi per garantire anche le risorse atte ad eliminare odiosi balzelli che vanno a minare le già precarie disponibilità dei nostri anziani. Quella organizzativo-assistenziale, potenziando sul territorio la rete dei presidi alternativi agli ospedali capaci di fornire un servizio efficace e capillare. E infine, ma non ultima, la prevenzione intesa come attività di educazione/sensibilizzazione e diagnosi precoce che rappresenta un capitolo di particolare rilievo che resta segnato, tuttavia, da interventi inadeguati e risorse economiche insufficienti”. Situazione atavica se consideriamo che l’Italia per quanto riguarda la prevenzione risulta essere tra gli ultimi posti nella classifica dell’OCSE con una spesa pari al 4,2% (al di sotto del livello stabilito del 5%) della spesa sanitaria totale e comunque, se si considera il pro-capite (circa 80 euro) significativamente inferiore alla spesa di alcuni Paesi Europei come Finlandia, Paesi Bassi, Germania e Svezia che investono dai 157 euro ai 115 euro pro capite. Secondo la senatrice Emilia De Biasi, presidente della XII Commissione Igiene e Sanità del Senato, la strada è già tracciata in tal senso e la troviamo nel Patto per la Salute sottoscritto tempo tra il Governo e le Regioni. Con esso, dice la De Biasi, “il sistema salute dovrà orientarsi in un nuovo rapporto fra ospedale e territorio, lasciando al primo l’intervento sulle acuzie, sulle emergenze, sulla riabilitazione intensiva, sulla specialistica e al secondo l’insieme di interventi atti ad assistere i pazienti cronici, che non hanno bisogno di ricovero, ma di assistenza domiciliare integrata e di una rete di servizi, appunto territoriali, in modo da rispondere con efficacia e tempestività alle necessità dei pazienti, e in particolare di quelli anziani, che meno di altri hanno la possibilità di spostamenti, ma che necessitano più di altri di interventi personalizzati e costanti, come dimostra la necessità di controlli periodici per il diabete. Peraltro nell’ultima legge di stabilità ho sottoscritto un emendamento che consente la personalizzazione degli ausili medici quando si tratta di interventi terapeutici, e il diabete è fra questi”. E mentre Lorenzo Becattini, presidente Intergruppo Parlamentare “Qualità della vita”, pensa apertamente “ad un relazione proficua ed intensa anche con le Pubbliche Assistenze e le associazioni del terzo settore, che possono intervenire con prontezza e secondo le esigenze del malato in quei casi in cui i servizi pubblici non possono arrivare”, il Governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti tramite il responsabile della cabina di regia del SSR Alessio D’Amato, fa sapere che “una prima, importante soluzione deve venire dal potenziamento della sanità territoriale, con la creazione di una rete di strutture, come le Case della Salute o gli studi dei medici associati, in grado di dare risposte assistenziali con maggiore celerità, maggiore efficienza e riducendo i ricoveri ospedalieri. Essenziale, perche ciò avvenga, è far in modo che la rete del territorio si organizzi per la presa in carico dei malati cronici, e in particolare dei diabetici che nel Lazio, secondo i dati piu recenti, sono oltre 300mila, garantendo l’accesso alle cure, assieme a una efficace, capillare e continua azione di prevenzione che consenta al paziente di mettere in atto azioni concrete per modificare le proprie abitudini errate. Questo modello riduce i costi e garantisce un’assistenza maggiore”. Insomma si tratta di un problema di scelte prioritarie da effettuare anche per Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità (“Il tema della sostenibilità economica è un problema molto italiano. In primis perché siamo stati uno dei primi paesi a subire questa inversione di tendenza sull’invecchiamento della popolazione, nel 2000, molto prima di altri. E poi perché la crisi economica ha colpito l’Italia come e più di altre nazioni. Partendo dal fatto che non ci sono risorse, una maggiore e migliore sostenibilità si ottiene effettuando scelte prioritarie e soprattutto modificando o cambiando i modelli assistenziali”). Un approccio selettivo anche per Luca Pani, direttore generale dell’Aifa, il quale evidenzia come “l’Agenzia Italiana del Farmaco si è sempre battuta per sostenere il principio dell’appropriatezza prescrittiva, peraltro estremamente di attualità in ambito diabetologico dove sono disponibili numerosi principi attivi che consentono un’accurata personalizzazione della terapia in base alle caratteristiche del paziente, avendo cura di prescrivere i farmaci di maggiore costo a quei pazienti che possono trarne i maggiori benefici. Essere appropriati non vuol dire soltanto risparmiare sulla spesa farmaceutica per potersi definire “virtuosi” alla fine dell’anno; significa anche liberare risorse per le innovazioni farmacologiche che, in un contesto più ampio, possano integrare tutti i costi globali affrontati per la salute, riservare parte delle risorse a chi – anziano e fragile – ne ha più bisogno”.

Tutto vero, ma Il buon funzionamento dei sistemi sanitari (in termini di efficacia, efficienza e equità) spesso si  identifica e si rapporta con la capacità di chi governa di determinare e scegliere le cure necessarie, minimizzando fenomeni di inappropriatezza. E da noi che situazione c’è realmente? Emilia de Biasi afferma come proprio l’appropriatezza rappresenti una delle chiavi per garantire qualità e uso corretto della spesa sanitaria, “ma deve essere chiaro che l’appropriatezza è un valore che deve appartenere all’intero sistema, e la   sua mancanza non può essere attribuita esclusivamente ai medici. L’appropriatezza riguarda l’organizzazione del sistema, la qualità e la quantità della spesa delle regioni in ambito farmaceutico, la qualità delle prestazioni ospedaliere e territoriali. E riguarda anche lo Stato, visto che non abbiamo ancora una legge sulla responsabilità in campo medico e sanitario”. Certamente è anche un problema culturale come tende a precisare Vargiu (“Per discutere di appropriatezza é indispensabile fare passi in avanti nella cultura della misurazione, una cultura che é poco apprezzata nel nostro Paese. Quando si accetta di parlare un linguaggio comune diventa più facile cercare soluzioni condivise”) e gli esempi virtuosi, come riferisce Beccantini, possono aiutare a trovare una soluzione all’inappropriatezza come è il caso della Regione Toscana dove “la riforma sanitaria annunciata dal Presidente della Regione Rossi si propone, a seguito delle minori risorse disponibili derivanti dalla legge di stabilità, di ridurre il numero delle Aziende sanitarie locali da 12 a 3. E’ auspicabile che questo nuovo assetto produca efficienza organizzativa senza intaccare le prestazioni rese ai cittadini” o anche del Lazio, dove riferisce Zingaretti, “già oggi sul nostro territorio sono attive cinque Case della Salute che hanno attivato programmi di presa in carico per i pazienti diabetici assicurando loro anche la prenotazione delle visite di controllo. Numero che entro la fine del 2015 sarà triplicato. Contemporaneamente, in base agli accordi con i medici di medicina generale oltre 300 studi condotti in associazione restano aperti ininterrottamente dalle ore 9 alle ore 19, dal lunedì al venerdì. Nei week-end, dallo scorso dicembre, sono attivi 17 studi medici. Ormai la rete territoriale che non lascia mai solo il cittadino ed in particolare i malati cronici, nel Lazio è una realtà e stiamo lavorando alla sua implementazione”. Resta comunque nel complesso una situazione pesante: i dati come si sa non mentono mai e a leggerli fanno sempre un certo effetto. “Già oggi si stima che circa il 58% del diabete mellito, il 21% della malattie coronariche e quote comprese tra l’8 ed il 42% di alcune tipologie di cancro siano attribuibili alla sola obesità”, ha affermato afferma il direttore generale prevenzione del Ministero della salute, Ranieri Guerra (cit. la Repubblica, 14/7/2015). “E i decessi attribuibili all’obesità sono almeno 2,8 milioni l’anno nel mondo”, ha ribadito. “Ovvio che per garantire la sostenibilità al nostro sistema sanitario nazionale dobbiamo incentivare tra tutti i cittadini gli stili di vita sani, l’adesione a esami preventivi e le vaccinazioni. Educare tutta la popolazione alla salute è un importante investimento per il futuro dell’intero Paese”. Anche Pani sa bene che i numeri sono incontestabili: “I dati riportati nell’annuario statistico ISTAT 2013 indicano che è diabetico il 5,4% degli italiani (5,3% delle donne e 5,6 % degli uomini), pari a oltre 3 milioni di persone, con un trend pericolosamente in aumento negli ultimi 15 anni. La sfida per minimizzare l’inappropriatezza non è quindi semplicemente importante ma addirittura vitale. L’analisi dei profili prescrittivi ricavabile dai Rapporti nazionali OsMed riguardo l’assistenza specialistica del diabete mellito evidenzia negli ultimi anni un’intensificazione dei trattamenti (insieme ad un aumento di spesa) ma anche un minimo miglioramento dell’appropriatezza. Tuttavia si può e si deve fare di più: ad esempio cercando di migliorare l’aderenza dei pazienti al trattamento, attraverso l’adozione di regimi terapeutici sempre più efficaci e sicuri e l’erogazione di un’educazione terapeutica appropriata; e poi cercando di limitare la variabilità regionale nell’uso dei farmaci, attraverso politiche sanitarie più omogenee sul territorio nazionale”. “Potenziare la farmacovigilanza e favorire la collaborazione interprofessionale tra i vari attori del sistema sanitario – afferma dal canto suo D’Ambrosio Lettieri è la strada più produttiva e garante della continuità assistenziale in una logica di solidarietà ed equità, su cui è basato il nostro SSN, che resta comunque il modello migliore a livello mondiale. Il Piano nazionale per il diabete adottato nel 2013, ad esempio, ha registrato, a due anni di distanza, le carenze dell’impianto organizzativo del sistema e la difficoltà ad assecondare l’innovazione, mentre ha lanciato, come vera e propria sfida, la valorizzazione dell’integrazione interdisciplinare come buona prassi. Una incompiuta, per la verità, perché la presa in carico è stata gestita per compartimenti stagni. Il Piano certo impone di cambiare questo paradigma, con la sostanziale attuazione delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (ATF) o le Case della Salute, che devono essere complementari, senza sovrapporsi, alle oltre mille strutture diabetologiche presenti sul territorio italiano. Controllo, prevenzione, promozione delle buone prassi, collaborazione interprofessionale e pari accesso a cure e informazione su tutto il territorio nazionale: sono i punti imprescindibili al centro del nostro programma”. Il problema della sostenibilità economica comunque sembra essere un problema tipicamente italiano, come dice Ricciardi: già ma perché? “ In primis perché siamo stati uno dei primi paesi a subire questa inversione di tendenza sull’invecchiamento della popolazione, nel 2000, molto prima di altri. E poi perché la crisi economica ha colpito l’Italia come e più di altre nazioni. Partendo dal fatto che non ci sono risorse, una maggiore e migliore sostenibilità si ottiene effettuando scelte prioritarie e soprattutto modificando o cambiando i modelli assistenziali”.

Il timore come detto è che il diabete allarghi la sua sfera di influenza e diventi un problema sempre più… giovanile. Oggi nel nostro Paese 1 bambino su 4 è sovrappeso, 1 su 10 è obeso, dunque il rischio di futuri pazienti diabetici è alto, molto alto se non si interviene in tempo. E dunque una delle “mission” che attendono le istituzioni italiane nei prossimi anni è proprio quella di evitare che il Paese diventi una nazione per diabetici di tipo 2. C’è questo rischio? Ovviamente sì ma come tutte le cose che hanno nella prevenzione la misura principale d’azione diventa la comunicazione la sfida principale. E la scuola in tal senso può fare molto, ne è convinto Ricciardi: “Siamo di fronte ad un problema comportamentale, stili di vita sbagliati, cattiva alimentazione e poco moto. Prendiamo l’esempio della scuola italiana: le ore di educazione fisica sono 1-2 ore settimanali, spesso in strutture fatiscenti e con poca disponibilità. Il nostro Paese è tra gli ultimi in Europa per il tempo che la scuola dedica all’attività fisica. E sull’alimentazione ovviamente occorrerebbe tornare alle proprie tradizioni, quelle della dieta mediterranea e dei propri cibi. Per fare questo però serve uno scatto culturale, la svolta deve partire appunto dalla scuola”. Occorre una campagna educazionale anche per il Senatore D’Ambrosio Lettieri il quale mette in evidenza come il diabete sia “solo una faccia della medaglia della cosiddetta sindrome metabolica, cui vanno riferite anche l’obesità e l’ipertensione arteriosa: patologie che costituiscono un problema sanitario di primaria importanza e gravità. Documenti redatti dalla World Bank e dal World Economic Forum ci dicono, infatti, come la diffusione che il diabete sta avendo anche nei Paesi in via di sviluppo, faccia prevedere che tra 4 anni non ci saranno più risorse sufficienti al mondo per poter contenere questo grave fenomeno. Si tratta, dunque, di un problema che necessita di risposte sociali, politiche, economiche e cliniche immediate e sinergiche. Per evitare che l’Italia diventi un Paese con un’altissima percentuale di persone diabetiche dobbiamo impostare sin da oggi una campagna educazionale che parta proprio dai bambini, adulti del domani. E mettere in atto una serie di misure come l’educazione sanitaria nelle scuole, l’auto-regolamentazione della pubblicità rivolta ai bambini di prodotti alimentari, l’introduzione di un sistema di etichettature dei prodotti alimentari nonché attività di orientamento per migliorare gli stili di vita effettuato dai medici di medicina generale. In tal senso è di particolare rilievo il piano strategico elaborato di intesa tra Ministero della Salute e le associazioni rappresentative dei pazienti per il rapporto diabete-scuola”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Pani che anzi allarga il fronte e parla apertamente di “moderna pandemia” riferendosi all’obesità associata al diabete, “ma nonostante ciò, l’opinione pubblica ed anche parte del mondo medico hanno ancora una visione superficiale del problema. L’Italia è attiva nella prevenzione e nella lotta all’obesità e al diabete; le azioni da attuare nella lotta all’obesità si trovano ad esempio nelle linee guida della “Carta Europea per contrastare l’obesità”, mentre il diabete trova nella risoluzione delle Nazioni Unite del 2006, importanti stimoli per affrontare, attraverso la prevenzione,questo problema sanitario emergente. Infine, le differenze geografiche nei numeri dell’obesità in Italia, maggiori nelle regioni meridionali, riflettono anche le possibili basi sociali del problema e la necessità di diffondere in maniera capillare una “cultura” della salute, che passi attraverso comportamenti e stili di vita sani (mangiare meno grassi animali e più frutta e verdura, fare regolare attività fisica, smettere di fumare)”. Beccantini va anche oltre e chiede la costituzione di una task force vera e propria centrata su associazioni di genitori, scuole, Comuni, operatori sanitari del territorio e naturalmente con la collaborazione delle industrie farmaceutiche che attraverso la ricerca possono contribuire a trovare sempre nuove soluzioni. Perché la prevenzione, sul fronte dell’obesità, è tutto”. Un’idea questa che trova consenso anche nella De Biasi che invita alla creazione di un “patto fra famiglie, scuola, sanità e imprese perché si proceda ad una vera e propria campagna di educazione alimentare, che abbia al centro la moderazione nell’uso di zuccheri, di grassi e di quelle terribili merendine accompagnate da bevande gassate che favoriscono nei fatti l’obesità infantile. Un bimbo obeso sarà un adulto diabetico? Il rischio c’è. Certo è che l’obesità infantile porta dritto filato ad un adulto con patologie quantomeno cardiovascolari. Al centro del Servizio sanitario Nazionale deve esserci la persona, e non il calcolo economico, ma è pur vero che un corretto stile di vita significa di fatto risparmio. E ogni euro risparmiato in sanità deve rimanere in sanità, non dimentichiamolo”. Diverso stile di vita e maggiore prevenzione è anche la necessità che sottolinea Vargiu (“si può uscire dalla logica dell’emergenza che risucchia ogni risorsa economica disponibile e scegliere con coraggio di investire nella prevenzione e negli stili di vita”) mentre la Regione Lazio (dove l’obesità infantile dal 2008 al 2014 si è abbassato comunque del 7.7%) invita i bambini a fare sport (nel Lazio il 71,4% dei bambini pratica sport tra i 2 e 4 giorni a settimana ma solo il 23,3% si reca a scuola a piedi o in bicicletta) puntando a “due fatti di grande significato: l’importanza degli interventi di prevenzione realizzati in questo settore con competenza e sensibilità da parte del personale delle Aziende sanitarie e la conferma dell’utilità di un impegno forte da parte del Sistema sanitario regionale, con il coinvolgimento del mondo della scuole e delle famiglie. L’avanzata del diabete di tipo 2 si ferma così”.

Ma l’Italia ha anche una peculiarità che rende complicato spesso ogni iniziativa a livello sanitario e farmaceutico: la “regionalizzazione”. Soprattutto la differenza sui Nuovi farmaci e sui tempi di approvazione rende i territori del nostro Paese difformi in termini di equità. Non se ne esce?

Per Ricciardi la situazione resta complessa anche se intravede come si dice una luce in fondo al tunnel: “Purtroppo siamo l’emblema di una sanità a macchia di leopardo, con tempi e accessi al farmaco spesso diversissimi da regione a regione. In alcuni casi addirittura 20 regioni su 21 differenti una dall’altra. Le recenti riforme avviate dal Parlamento mi sembra però che vadano sempre più verso un cambiamento, una direzione più centrale che armonizzi disuguaglianze e tempistiche diverse”. Il Lazio ad esempio è conscio delle difficoltà: ”A livello regionale si può e deve fare molto, in particolare garantire una immediata e tempestiva applicazione delle direttive nazionali dell’Aifa e del Ministero. In questo senso però siamo organizzati con un servizio farmaceutico molto efficiente. Già oggi per esempio i nuovi farmaci per l’epatite C vengono garantiti ed erogati a circa 100 pazienti. La stessa cosa sarà fatta con il diabete”. I discorsi in ballo sono tanti e ne è cosciente anche la De Biasi, perché “non possiamo più permetterci sanità così diverse in ogni regione, perché il rischio è la violazione dell’articolo 3 della Costituzione, quello sull’uguaglianza dei cittadini. Si dovrà rivedere il prontuario farmaceutico, decidere sull’utilizzo dei farmaci generici, prendere un orientamento sulla permanenza o meno dei due tetti, per la farmaceutica ospedaliera e per quella territoriale. Si dovrà inoltre definire con AIFA il tempo di attesa fra l’autorizzazione dell’Agenzia regolatoria per un farmaco e l’erogazione del farmaco medesimo da parte delle singole regioni, attualmente troppo difforme. Ma i malati non hanno tempo da perdere, basti pensare all’urgenza dei alcuni farmaci oncologici e i tempi d’attesa troppo lunghi e differenziati fra le regioni. Pensare il futuro del Servizio sanitario nazionale vuol dire avere il coraggio di cambiare: se vogliamo mantenerlo universale, equo e solidale, bisogna investire di più in salute, visto che l’Italia per la sanità spende meno degli altri paesi europei in rapporto al PIL, ed è considerato il secondo sistema sanitario d’Europa per qualità”. E mentre Beccantini si augura che “un occhio di attenzione dovrà essere posto sui nuovi LEA che, almeno nella prima stesura, trascurano il lavoro fin qui fatto sul diabete che in Italia ha raggiunto un’importanza notevole dal punto di vista normativo sia con la legge 115/1987 che con il Piano Nazionale sul diabete del 2013”, Vargiu, pur sottolineando la presenza di troppi attori come EMA, AIFA e Prontuari regionali, formula la domanda alla quale tutti sono chiamati a dare una risposta: “siamo sicuri che venti diversi sistemi sanitari regionali siano il modo migliore per garantire il diritto alla salute dei cittadini italiani”? Quando si parla di diabete, precisa D’Ambrosio Lettieri, occorre fare attenzione ai numeri in quanto “a livello clinico il diabete costituisce in Italia la seconda causa di cecità e di emodialisi, la prima di amputazione non traumatica e la concausa maggiore di Ictus. In Italia ogni 20 minuti una persona muore a causa del diabete, ogni 90 minuti subisce un’amputazione, ogni 7 minuti ha un attacco cardiaco e ogni 30 minuti ha un ictus. E ancora: il Rapporto Istat 2015 ci fornisce un quadro illuminante sulla percentuale di persone che negli ultimi 12 mesi hanno rinunciato a prestazioni sanitarie (visite, accertamenti e interventi chirurgici) o all’acquisto di farmaci a causa di motivi economici o per carenze dell’offerta da parte della propria Asl di riferimento. Il dato è riferito all’anno 2013. Appare evidente non solo la dimensione del fenomeno ma anche la sua estrema variabilità: si passa dal 2,6% di rinunce (nella Asl di Trento e in una Asl della Lombardia) al 21,7% (in una Asl della Sardegna). In generale al Nord la percentuale non supera spesso il 5,5%, mentre al Sud la percentuale è spesso superiore al 13%. Una sanità a macchia di leopardo. Fondamentale è dunque lavorare sull’eguaglianza di accesso regionale, magari con un sistema centralizzato che renda omogeneo l’accesso alle prestazioni sanitarie sul tutto il territorio nazionale, ma non solo. Bisogna anche lavorare sulla tempistica: l’accesso a un nuovo farmaco in Italia rispetto all’Europa può avere tempi di attesa che possono arrivare fino a due anni. L’innovazione e l’accesso alle cure devono essere un diritto nel rispetto dell ‘art. 32 della Costituzione. La riforma costituzionale è nell’agenda politica e sarebbe un grave peccato non cogliere l’opportunità per adeguare la Carta alle mutate esigenze della popolazione e porre rimedio alle criticità sopravvenute con la legge costituzionale n.3 del 2001”.

L’Aifa è ovviamente ben presa dal problema e Luca Pani non si nasconde dietro a facili albi. ”Ciò che desta preoccupazione – dicesono le differenze regionali nel recepire le disposizioni dell’Agenzia e nel farlo in tempi ragionevoli. Non è un problema delegabile esclusivamente alle Regioni, essendo peraltro tra i compiti istituzionali dell’Agenzia quello di garantire uguale accesso a tutti cittadini ai farmaci, indipendentemente dalla Regione di residenza. L’AIFA può tuttavia affrontare il problema soltanto dal punto di vista tecnico, ad esempio attraverso la revisione già in atto – del prontuario farmaceutico nazionale in modo da renderlo più operativo. Il problema rimane in larga misura politico e trae origine dalla scelta politica di delegare alle Regioni la gestione della sanità sul proprio territorio. Ma l’appropriatezza delle decisioni in materia di farmaci, assai delicate da molti punti di vista, può essere garantita soltanto da un’Agenzia nazionale, che si confronti con le altre Agenzie internazionali e abbia potere di negoziazione con il mondo dell’industria, in questo assolvendo al proprio compito di contribuire alla sostenibilità dei servizi sanitari delle singole Regioni e alla tutela della salute dei loro cittadini”.

E proprio sul tema della salute dei cittadini si innesta il pensiero di un esponente delle istituzioni, sia pure in un settore molto diverso come quello dello sport. Il presidente del Coni Giovanni Malagò, pone l’accento sul fatto che proprio le istituzioni (nel caso specifico il Ministero della Salute) hanno evidenziato attraverso autorevoli ricerche “l’importanza del ricorso all’attività sportiva come strumento di prevenzione e di cura, perché capace di migliorare molti parametri biologici, favorendo tra l’altro la riduzione dei livelli di ansia e un profilo psicologico ottimale. Per questo credo sia fondamentale fare sport, a prescindere dalla disciplina, cercando di credere in questa terapia, perché se perseguita con passione e determinazione può produrre risultati importanti”. Quindi promuovere lo sport per tutti, favorendo in ogni modo le condizioni per praticare attività fisica e, contestualmente, mettere in atto tutte quelle politiche determinanti ai fini di esercitare moral suasion nei confronti dei giovani per far comprendere come la pratica motoria rappresenti un formidabile veicolo di benessere. Il tema sport non riguarda solo gli atleti o il vertice agonistico ma anche la terza e la quarta età. Diventa fondamentale creare un circolo virtuoso, attraverso le opportune sinergie istituzionali, per radicare una nuova cultura che rappresenti un punto di riferimento per lo sviluppo del Paese”.