Cosa bere d'estate

La risposta migliore alla sete è sempre l’acqua, tranne valutare alternative appropriate al singolo caso.

Si avvicina l’estate e a tutti i diabetologi è capitato si sentirsi chiedere dai propri pazienti: “Dottore, cosa posso bere quando ho sete?”
Il caldo provoca una vasodilatazione sanguigna e, quindi, una perdita d’acqua e di minerali per abbondanti e profuse sudorazioni, soprattutto se il soggetto pratica attività fisica al sole (dalla semplice passeggiata, a lavori faticosi a vere prestazioni sportive) e in condizioni sfavorevoli (abbigliamento non adatto). La sudorazione ha lo scopo di evitare l’aumento della temperatura corporea, fenomeno molto pericoloso che può portare fino al colpo di calore. Il sudore rinfresca la pelle e abbassa la temperatura, ma se si arriva al gocciolamento non si ha più questo refrigerio. È importante porre l’accento che nell’uomo la sensazione di sete è tardiva (il sensore della sete è sfasato ed è attivo solo quando sono già stati perduti due litri d’acqua). Per questo motivo è necessario bere ad intervalli frequenti, anche quando non si ha sete (bere oltre la sete!) e, soprattutto, prima, durante e dopo un’attività fisica. Non ci si deve preoccupare se dopo la bevuta si suda di più, perché questo è un fenomeno protettivo per l’organismo. Ricordo che l’acqua è sinonimo di vita ed è il principale costituente dell’organismo, rappresentando circa il 51/71% del totale: quindi in un uomo medio di 75 kg sono presenti circa 45 litri d’acqua! Nei giorni molto caldi e con elevato tasso d’umidità è possibile che avvengano episodi di calo pressorio (sudorazione, astenia, vertigini), che talvolta possono aggravarsi fino all’insorgenza di svenimenti e collassi. Sono sintomi comuni, ma evidentemente più frequenti e gravi nei soggetti costituzionalmente ipotesi, ed anche nei soggetti diabetici anziani, nei quali i sistemi di regolazione pressoria sono meno efficienti. Inoltre il diabetico anziano è spesso un gran consumatore d’altri farmaci, quali diuretici, lassativi, antipertensivi, che possono favorire le perdite idrosaline e gli episodi collassiali. La quantità d’acqua da bere deve essere proporzionata alle perdite idriche, ma in ogni modo non meno di 1,5-2 litri il giorno (gli altri 2 litri arrivano con gli alimenti, in particolare frutta e verdura).
Consiglio di consumare  acqua fresca (non gelata!)  che, se bevuta a piccoli sorsi,  non provoca crampi allo  stomaco; questi sono dovuti  entro certi limiti, più alla  quantità  che sulla temperatura.  In Italia è molto diffuso  il consumo delle cosiddette  “acque minerali”, che  comprende un vasto gruppo  di acque, prelevate  direttamente alla sorgente,  che si differenziano dalla  comune acqua potabile per il  contenuto in sali minerali. La  concentrazione totale di sali  disciolti, detta grado di  mineralizzazione, è espressa  dal residuo secco 180°C  (quantità in mg/l di sostanza  solida che rimane dopo avere  fatto evaporare 1 litro di  acqua).  Si distinguono: acque  “oligominerali”, che sono  ulteriormente distinte in  “minimamente  mineralizzate” (Amorosa,  Bernina, Calizzano, Lurisa,  Norda, Daggio, Plose,  Surgiva, Vigezzo), cioè  scarsissime di minerali, con  un residuo secco a 180°C  compreso tra 500 e 1500  mg/l; acque “minerali”  (Sangemini, San Pellegrino,  Ferrarelle e Fonti d’Uliveto)  con residuo secco a 180°C  superiore a 1500 mg/l.  Ricordiamo che il limite  di potabilità dell’acqua  dell’acquedotto è compreso  tra 0,10 e 1 g/litro, per  questo motivo le acque  minerali e una parte delle  medio-minerali sono non  potabili, e sono quindi da  considerare acque  “farmacologiche”, da usare  in modo appropriato in base  alle caratteristiche del  residuo secco (bicarbonatealcaline-terrose, solfatemagnesiache, ferruginosecalciche, fluorate, salse, cioè  cloruro-sodiche).  La maggioranza di queste  acque sono anche  addizionate con anidride  carbonica per renderle  frizzanti.  I vantaggi dell’acqua gasata  sono rappresentati da una  maggiore capacità di  dissetare, perché le bollicine  anestetizzano le terminazioni  nervose della bocca e da un  maggiore livello igienico,  perché limitano la  riproduzione  dei microrganismi.  Al contrario un’assunzione  rapida e massiva può  contribuire a dilatare lo  stomaco.  Le bevande dolci (succhi  di frutta, nettari, succo  e polpa di frutta, bibite  aromatizzate alla frutta,  cole, toniche, bitter,  gazzose, ecc.) hanno  generalmente un contenuto  elevato di zuccheri semplici  (9-12% o più), con  contraccolpi negativi sulla  glicemia del diabetico.  Questo vale anche per  i succhi di fruttacosiddetti  “senza zucchero”, perché  in ogni caso è presente lo  zucchero naturalmente  contenuto nella frutta  (mediamente il 12% circa).  Succede che il diabetico  assuma queste bevande per  la sete, vada incontro ad  iperglicemia, che porta ad  un aumento della diuresi  e quindi nuovamente sete:  un circolo vizioso  pericoloso! Fanno eccezione  alcune bibite, dette  comunemente light, perché  contengono dolcificanti non  calorici, quali saccarina,  aspartame e ciclammati.  Non consiglio il vino e  comunque le bevande  alcoliche, perché, a causa  della gradazione alcolica  contengono molte calorie  (pericolo di ingrassare!)  e, dopo la sensazione  piacevole legata  all’ingestione, ad esempio  di una birra fredda, l’alcol  etilico provoca un’ulteriore  vasodilatazione cutanea  e produzione di calorie.  Infine fra le bevande nervine  (caffè, camomilla, tè,  carcadé), soltanto le ultime  due possono essere  considerate e consigliate  come dissetanti,  a condizione che siano  assunte fresche, dolcificate  con dolcificanti non calorici  e decaffeinate.  In conclusione al nostro  paziente potremo rispondere  che la risposta migliore alla  sete è sempre l’acqua, tranne  valutare alternative  appropriate al singolo caso.

Leone Arsenio
Centro per lo Studio e la Terapia delle Dislipidemie
del Servizio di Malattie del Ricambio e Diabetologia
Azienda Ospedaliera di Parma