Autocontrollarsi è fondamentale, ma con giudizio

Il diabete mellito è caratterizzato da una grande variabilità della glicemia, ovvero i pazienti presentano inaspettate e a volte  non giustificate importanti escursioni glicemiche. Allo stato attuale tale condizione deve essere trattata in modo intensivo con la somministrazione di insulina con schemi ad iniezioni multiple o con la somministrazione sottocutanea continua di insulina attraverso un microinfusore. La letteratura documenta come questi trattamenti siano in grado di prevenire l’insorgenza delle complicanze associate al diabete, che risultano invece più frequenti nei pazienti con compenso glicemico mediocre. I trattamenti sopra descritti devono essere  supportati da uno stretto autocontrollo domiciliare glicemico che permette al medico di cogliere al meglio le escursioni glicemiche e di individuare i profili glicemici giornalieri tipici del paziente, per poter così ottimizzare la terapia insulinica. Oggi l’autocontrollo glicemico domiciliare si basa sul rilevamento, attraverso micropunture delle dita, di glicemie capillari che non possono essere rilevate più di 6-7 volte al giorno. Un autocontrollo così intenso, oltre a porre qualche problema in termini di qualità di vita, non è detto che sia sempre in grado di “fotografare” completamente i modelli di comportamento glicemico del paziente. Insomma, l’autocontrollo è un argomento delicato e complesso: abbiamo avuto modo di riscontrare vari punti critici.
1) Spesso i pazienti non riescono a garantire la correttezza procedurale dell’autocontrollo per difficoltà organizzative e soggettive, strutturali o contingenti. In alcuni casi si tratta di difficoltà organizzative legate alla particolare giornata tipo del paziente, la tipologia di lavoro, il sistema familiare ecc. In altri casi si tratta di difficoltà soggettive legate alle caratteristiche del paziente, ai suoi sentimenti nei confronti della malattia e, di conseguenza, della terapia, alla sua collaborazione, al carattere, al grado di integrazione intellettuale e cognitiva.
2) In alcuni casi l’autocontrollo, per limiti educazionali o per episodi di insicurezza o ansia, tende a scatenare delle ossessività autodiagnostiche, con una quantita spropositata di controlli e una serie di  conseguenze negative a diversi livelli.
3) A volte la complessità metabolica del soggetto non ne consente un adeguato inquadramento, anche in presenza di un autocontrollo correttamente eseguito.
Lasciamo per adesso sotto traccia gli aspetti di qualità della vita, inevitabilmente impattati da un rituale da ripetere più volte al giorno.
a) Da un lato una trascuratezza che può esprimere anche sentimento di rifiuto, di negazione, di sottovalutazione della malattia e dell’autocontrollo stesso. In tali casi l’autocontrollo è effetuato in modo sporadico e casuale, registrato in modo improprio, non riportato al medico per dimenticanza o riportato in modo pasticciato e non utilizzabile. A volte questi esiti sono dovuti a limiti educazionali, magari per il rifiuto difensivo di ascoltare le indicazioni. Quindi tutto può essere sporadico e casuale semplicemente perché non si è compreso il senso, la logica dell’autocontrollo e, di conseguenza, non si sa ancora come effettuarlo.
b) Il rischio opposto è costituito dall’eccesso di autocontrollo: si finisce in un’ossessiva spirale autodiagnostica, confondendo l’autocontrollo con una forma di terapia, utilizzandolo come compenso (illusorio) dell’ansia o della colpa. È evidente in questo un elemento distorsivo anche in termini culturali, dato che nessuno penserebbe di affrontare nello stesso modo la febbre, l’ansia o la colpa della febbre, acquistando una quantità spropositata di termometri o misurandola ogni cinque minuti. L’elemento distorsivo è legato a una malintesa promozione dell’autocontrollo, ricaduta da certe politiche aziendali da un lato e da certe cattive leggi dall’altro. In tal modo uno strumento di autonomia può diventare invece uno strumento di isolamento individualistico attorno ai circuiti nevrotico-ossessivi dei numerini, dei riti e dei cerimoniali. Alcuni pazienti hanno in tal modo trasfigurato il loro linguaggio nella relazione istituzionale, sviluppando incalzanti dipendenze dalle striscette, richieste in quantità sempre maggiori, con toni sempre più intensi. Insomma, l’autocontrollo si è ridotto alla stregua di una merce da consumare, sganciandosi dalla vita del paziente, dalla sua soggettiva logica clinica. Per non parlare dei piani relazionali dei bambini diabetici, devastati da una malintesa autosufficienza che ha violentato la loro domanda di genitorialità, biologicamente dovuta e da svolgere anche attraverso il vivere insieme certi momenti della malattia. Ma questo è un altro discorso.

Vantaggi
Tra questi due opposti atteggiamenti, tra queste due linee di comportamento, va recuperato il senso alto e strategico dell’autocontrollo.
L’autocontrollo è fondamentale all’inquadramento diagnostico, a cogliere gli andamenti metabolici nei diversi periodi, ad avere un report del proprio corpo, del proprio funzionamento, dei propri meccanismi. L’autocontrollo ci racconta la nostra soggettività, consente di personalizzare e calibrare gli aspetti della nostra giornata, di approntare precisamente il nostro più produttivo stile di vita. È evidente, quindi, che i termini della sua organizzazione formale devono essere coerentemente legati alle specifiche domande da evadere, nei diversi momenti clinici, nei diversi periodi della vita. L’autocontrollo dunque non è mai una variabile indipendente, ma è sempre un momento coerente e correlato ad un insieme di considerazioni e valutazioni. Per questo va  pensato e discusso in termini strategici con il proprio team e non gestito selvaticamente in base ai propri metabolismi dell’umore e dell’anima. È sempre in questo tipo di logica che bisogna laicamente aprirsi ad  ogni forma di innovazione, sempre alla ricerca della modalità più produttiva per sé del riscontro della glicemia. Penso, ad esempio, anche -quando occorre- a quelle forme di monitorizzazione continua che permettono di cogliere in ogni sfumatura il modello di comportamento glicemico, ottenendo informazioni che consentono di ottimizzare la terapia in tempi decisamente più brevi e individuando i momenti della giornata più critici. Infine è doveroso ricordare che anche l’uso di un nuovo dispositivo che combina la penna  e il reflettometro può essere un valido aiuto per migliorare la qualità di vita del paziente.

Pasqualino Calatola
Azienda Sanitaria Locale – Salerno 2
Centro Diabetologico
Salerno